Rassegna stampa

La bellezza di Selinunte, l’intervento sul Tempio G

All’interno dell’area archeologica di Selinunte possiamo ammirare i resti dei più antichi e maestosi templi dorici risalenti al periodo aureo della Magna Grecia. Tra questi, l’imponente tempio dorico denominato Tempio G, uno tra i più importanti in ordine di grandezza e maestosità dell’occidente greco, è da secoli ammirato per le sue rovine, per i giganteschi rocchi che un tempo formavano le colonne e per i fregi architettonici oggi lasciati al suolo.

La sua costruzione, che iniziò intorno al 530 a.C., ancora nel 409 a.C., data della distruzione della città da parte dei Cartaginesi, non era del tutto ultimata[1].

La struttura si presentava come un classico periptero octastilo, ossia un tempio circondato da otto colonne su tutti i lati, con al suo interno un ambiente separato per i sacerdoti (adyton) anticipato da un “vano porticato antistante l’ingresso della cella del tempio” (pronao) dotato anch’esso di una fila di colonne, e un corrispettivo e simmetrico opistodomo, ossia una parte retrostante definita secondo Vitruvio in antise cioè ospitante colonne all’interno delle ante[2].

Una di queste colonne fu poi ricostruita e restaurata dallo scultore Valerio Villareale nel 1832. Oggi si erge solitaria in questa parte del sito con il nome di Fuso della Vecchia.

Realizzato in diverse fasi, il Tempio G fu oggetto di continue rivisitazioni fino al punto in cui la facciata est mantenne caratteri più arcaici rispetto alla sua corrispondente dal lato opposto che è era stata realizzata, invece, in epoca classica. Stiamo parlando del tempio situato più a nord tra i tre della collina orientale di Selinunte, nonché uno dei più grandi della sua epoca, che con il tempo si è ridotto “ad un immenso cumulo di architravi, colonne, capitelli, devastati dalla furia del sisma. Unica a sopravvivere fu soltanto la sopracitata colonna.

Riportando la descrizione del sito ufficiale, possiamo risalire a come l’interno del Tempio G fosse suddiviso in “tre navate da due file di dieci colonne monolitiche con capitello dorico su due ordini, e l’opistodomo in antis”. Sui muri delle navate laterali vi erano poi due scale mediante le quali si poteva accedere al tetto e al sottotetto, così da poter ispezionare le “capriate lignee che sostenevano la copertura”. In fondo alla centrale, che si presume avesse una forma ipetrale, vi era posizionata, invece, la statua della divinità di riferimento. In questo caso, presumibilmente, parliamo di un torso di gigante che è oggi esposto al Museo Regionale Archeologico di Palermo.

Sempre dal sito, si può comprendere che “l’aditon insieme allo spazio libero dei due intercolumni, posto tra il peristilio e la cella per meglio simulare una doppia peristasi, accostati alla monumentalità dell’edificio, ci consentono di paragonare il tempio G ai grandi edifici cultuali della lonia e della Grecia dell’est”. Dal momento che “anche essi presentavano una cella a cielo aperto, realizzati a partire dalla metà del VI secolo a.C.”, quindi, si può supporre che a Selinunte ci fosse una forte presenza di immigrati dalla Ionia, e che “a questi non [fosse] estranea la spedizione di Pantatlo che portò a Selinunte un congruo numero di Cnidi”.

Un’altra importante scoperta avvenuta all’interno del tempio è rappresentata dal ritrovamento, nel 1871, della Grande Tavola Selinuntina, un testo fondamentale del V sec. a.C. che spiega perfettamente quali fossero i culti della città e che aveva indirizzato l’attribuzione del Tempio G inizialmente ed erroneamente ad Apollo, anche in vista delle similitudini con l’Apollonion di Mileto. Soltanto successivamente, attraverso la decifratura della Tavola, è stato attribuito a Zeus che è risultato il custode della città e garante del suo archivio cittadino[3].

Questo fondamentale patrimonio archeologico, però, era lasciato all’incuria e alla mercé della vegetazione che nell’arco del tempo aveva finito per ricoprirlo. Per tale motivo, tra le attività di cui sono più orgoglioso per quanto riguarda la mia Fondazione Sorgente Group vi è stata, nel 2011, la pulizia e lo studio dell’area riportando il sito al suo carattere di visibilità e di fruizione da parte dei visitatori.

È stato reso possibile il primo rilievo aerofotogrammetrico dell’intero complesso, così come la messa in atto di un progetto di recupero e di studio dettagliato da parte dell’archeologo Mario Luni e di Valerio Massimo Manfredi, che ha poi portato alla realizzazione di un modello in scala composto da 6 mila pezzi di legno, concesso in dono ed esposto nell’Antiquarium del sito archeologico di Selinunte.

Mario Luni”, spiegò anni fa l’archeologo e sovrintendente del mare Sebastiano Tusa, “prese in esame il lato sud-occidentale, eseguì dei saggi per capire come era stato fatto. Partì da un rilievo precedente e lo migliorò, arrivando a un’ipotesi di ricostruzione, associando tutti i pezzi visibili alle varie colonne[4].

Successivamente a questa opera di recupero, poi, vi fu anche un convegno intitolato Selinus 2011 che aveva come scopo quello di far convergere e confrontare le varie teorie ed esperienze nel campo del restauro dei monumenti antichi. In questa occasione, mi preme sottolineare, parteciparono alcuni tra i più importanti studiosi e ricercatori dediti all’architettura antica, riuscendo a condividere i rispettivi know how e illustrando le più efficaci tecniche di conservazione, restauro e valorizzazione dei monumenti antichi affinché possano giungere alle generazioni future. Questo importante lavoro ha portato come risultato alla realizzazione della raccolta di tutti i saggi e gli studi svolti confluiti nella pubblicazione dal titolo Selinunte. Restauri dell’antico, promossa dalla mia stessa Fondazione Sorgente Group e pubblicato da De Luca Editori d’Arte.

Valter Mainetti

[1] https://www.selinunte.net/il_tempio_g.htm

[2] https://www.selinunte.net/glossario.htm

[3] Vedi nota 1

[4] https://meridionews.it/articolo/80351/amicopolis-una-mega-truffa-dietro-il-social-network-commercianti-e-utenti-raggirati-sequestri-e-denunce/

 

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