Maria Maddalena che medita sulla Corona di Spine - Guercino

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Giovanni Francesco Barbieri  detto il Guercino (Cento 1591 – Bologna 1666)

Maria Maddalena che medita  sulla Corona di Spine

Olio su tela 64,7 x 55 cm
Eseguito nel 1632

Provenienza:

  • Roma, Collezione Letizia Paoletti

Expertise:

  • Denis Mahon (26 giugno 2004)
  • Nicholas Turner (9 giugno 2004)
  • Claudio Strinati (senza data)

Questo ritratto realizzato dal Guercino rappresenta uno dei soggetti più popolari illustrati nel culto cristiano: Maria Maddalena. Nella tradizione, la figura della Maddalena ha avuto due fondamentali interpretazioni. Secondo il pensiero comune si tratterebbe di Maria di Magdala (dal nome della città di provenienza), la donna che come i dodici apostoli, fu sempre al fianco del Cristo per poi testimoniarne per prima l’avvenuta Resurrezione .

Ma c’è un altro sentire molto più diffuso nel mondo figurativo: la donna sarebbe la Maddalena Penitente come sottolineato dalla tradizione artistica che ha sempre personificato l’immagine di Maria Maddalena con quella di una peccatrice redenta dopo l’incontro col Cristo.

L’accostamento della Maddalena alla Penitente definitivamente rigettato dal Concilio Vaticano II del 1969 fu, fino a quel momento, di grande ispirazione per gli artisti che vi vedevano un potente mezzo espressivo per indirizzare alla virtù l’immaginario collettivo. E questo pare essere il soggetto iconografico che Guercino riprende nell’opera che stiamo analizzando: secondo lo stereotipo tradizionale delle meretrici vi ritrae una donna riccamente abbigliata con i capelli adornati da gioielli, mentre medita su uno dei simboli della Passione di Cristo, la Corona di Spine, tramite per la redenzione.

Quest’opera è stata riconosciuta da Nicholas Turner (comunicazione scritta del 9 giugno 2004) come l’oggetto del pagamento riportato da Paolo Antonio, fratello del Guercino, sul  registro contabile, in una doppia annotazione. La prima, in data 18 settembre 1632, per  la caparra: “Dal sig. Dott. Rigetti per caparra di una Testa di Santa Maria Maddalena si è ricevuto Schudi 5”  [1]

La seconda, il 14 gennaio successivo, per il saldo totale della commissione: “Dal Sig. Dott. Fran. Rigetti si è ricevuto per intero pagamento della Santa Maria Maddalena Schudi 21” [2]

A proposito di queste annotazioni Denis Mahon, in una sua comunicazione scritta,  sottolinea che in uno studio sul Libro dei Conti condotto da Barbara Ghelfi nel 1997, tali appunti sono stati ricondotti alla commissione di un’altra tela con un soggetto, per iconografia e misure, assai simile a quello in esame. Si tratterebbe di una seconda versione della “Maddalena in meditazione”, in passato conservata in un’importante collezione statunitense e poi ricomparsa in un’asta londinese nel 1984 [3], come riportato anche da Luigi Salerno, che avvalla le tesi della Ghelfi.  [4]

Ritratta a mezzo busto e con atteggiamento meditativo, la Maddalena di questa seconda versione, contempla i “Chiodi della Passione” invece della “Corona di Spine”.

L’esistenza di quest’opera ha reso più difficile capire a quale dei due dipinti faccia riferimento l’appunto sul libro contabile sopracitato: secondo Turner, il livello di qualità del dipinto qui analizzato è maggiore rispetto all’altra versione, come si denota da alcuni dettagli quali per esempio le mani della donna che sono maggiormente rifinite nella versione qui in esame, mentre sono solo parzialmente visibili invece nell’altra, tagliate dal bordo del quadro.

Ciò ci porta a concludere che la “Maddalena che medita sulla Corona di Spine” è, fra le due versioni, quella principale. Ipotesi questa condivisa anche da Claudio Strinati in una sua comunicazione scritta e da Denis Mahon che anzi, manifesta alcune perplessità nei confronti della paternità dell’opera “Maria Maddalena che medita sui Chiodi della Passione” data al Guercino. 

Lo stile di questo dipinto concorda perfettamente con quello del Guercino di quel periodo definito da Mahon “una fase di transizione nella carriera del pittore” iniziata con il ritorno in patria dopo il soggiorno romano e il confronto diretto con la pittura di Guido Reni.

Fondamentale crocevia di quegli  anni furono gli affreschi eseguiti dal Maestro centese nella cupola del duomo di Piacenza. Dopo quell’esperienza, la ricerca di Guercino fu  infatti finalizzata a conciliare il colore a tinte forti con la plasticità delle forme. La posa divenne un elemento fondamentale e nelle opere a carattere religioso un attributo iconografico basilare per contraddistinguere il personaggio raffigurato.

La ricchezza del colore e il forte impasto contraddistinguono questa fase del pittore, come si può evincere dal confronto con altre opere prodotte nello stesso periodo: la “Vergine col Bambino” ad esempio conservata a Tolosa, originariamente commissionata per la Cattedrale di Reggio Emilia.

Guercino ha abbandonato il fervore giovanile. Il soggiorno romano apre in lui  due fasi: una più riflessiva che toccherà l’apice nell’ultimo periodo della sua vita e una più classicista, diretta conseguenza della crescente ammirazione (e in minima parte, rivalità) provata verso Guido Reni.


1. B. Ghelfi (a cura di) e D. Mahon (consulenza scientifica) Il libro dei Conti del Guercino, Modena 1997, n. 62 - pag. 68

2. B. Ghelfi, n.66 – pag.69

3. Asta Christie’s Londra, 6 luglio 1984, lotto 6

4. L. Salerno, I dipinti del Guercino, Roma 1988, pag. 230 – n.137 (illustrato)



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